Metti una sera a cena…


Qualche giorno fa, sono stato ad una cena a casa di amici ed è capitato di proporre alcuni esperimenti magici ai presenti, qualcosa di simile a ciò che presento nelle feste private, solo che stavolta non era lavoro ma solo  piacere.

Tra i presenti, l’amica Maria Vittoria Giannotti, giornalista di cronaca di un importante quotidiano nazionale ed autrice tra le altre cose del libro Cattive che consiglio vivamente di procurarvi e leggere, perchè davvero intrigante e ben scritto.

Di seguito la cronaca dell’intrattenimento che le ho chiesto di scrivere secondo le sue impressioni e che mi fa piacere pubblicare, tanto più perchè è molto raro oggi avere qualche recensione e quelle che si ricevono vanno trattate come meritano. Ecco cosa scrive Mavi” che da questo blog voglio nuovamente ringraziare:

Metti l’atmosfera sonnacchiosa di un dopocena d’inverno. Otto amici intorno a un tavolo, una tovaglia con le briciole di pane e otto bicchieri di vino. I primi sbadigli, le ultime chiacchiere.

E poi, all’improvviso, la magia irrompe in salotto. Dario, su richiesta, si trasforma nel suo alter ego: Darus. Con quello sguardo che, in un attimo, diventa serio, sale su un palcoscenico immaginario, ma non per questo meno reale. E il gioco ha inizio. Gli occhi degli amici si fanno attenti. Riusciranno, stavolta, i nostri eroi a svelare il trucco? A trovare la maglia rotta nella rete dell’incantesimo?

Darus, come un gatto, sceglie il suo topolino. Tommaso, prendi una banconota. Tommaso ubbidisce. E ora scegli un numero tra quelli che compongono il numero di serie, ma non lo rivelare. Tommaso scruta il foglietto spiegazzato e prende la sua decisione. Attentissimo a non tradirsi. Adesso conta da uno a dieci, prosegue il mago, con sicurezza.

La conta comincia, con ritmo regolare. La voce non conosce incertezze o esitazioni di sorta: non ci sono cifre privilegiate da un’intonazione più marcata, da un’interruzione percepibile. Eppure, qualcosa, il mago deve aver captato. Perché si porta la mano sulla tempia e fingendo uno sforzo che probabilmente non esiste, pronuncia un numero. Ed è quello giusto. Niente da fare: nessuno si è accorto di niente. Anche stavolta il trucco resterà un segreto che Dario, a quanto pare, è disposto a condividere solo con una persona. Questioni di cuore.

Ma la magia, si sa, non basta mai. C’è sempre qualcuno che ne vuole ancora, che pretende la sua sacrosanta dose di stupore. E la ottiene. E’ la volta delle carte. Il mazzo scivola tra le mani esperte, le carte scorrono docili, rincorrendosi in due mazzi instabili, che si ingrossano e si assottigliano come una fisarmonica suonata con maestria.

Sotto a chi tocca. Anche stavolta la cavia ha da fare una scelta in silenzio. Il dito seleziona, toccandola, una carta tra tante. E la mano l’afferra, facendola scivolare, coperta, sul tavolo. Che nessuno la veda, tanto meno il mago. Che dà prova di grande correttezza e ricorda al pubblico l’esistenza di uno specchio, sulla parete, che potrebbe agevolarlo nell’impresa. E lui, invece, non vuole sconti. Così si sposta, dando le spalle alla superficie che riflette la stanza, rovesciandola. La carta viene osservata in silenzio, il tempo necessario per memorizzarla. Poi ritorna docile nel mazzo che continua la sua corsa.

Darus ci giocherella un pò. La carta è sparita, confondendosi nell’anonimato delle sue sorelle, tutte uguali. Poi il mago comincia a parlare. Poche frasi, frecce che arrivano al bersaglio. Hai scelto il dieci di picche: è la sentenza. La cavia annuisce, pensierosa. Ma come avrà fatto?

Ancora. Chiudi gli occhi, ordina il mago a una ragazza. Lei ubbidisce. E un’altra viene invitata a fare altrettanto. A osservare la scena, adesso, restano solo in sei. Tutti decisi a scoprire una verità che non esiste: perché di vero, qui, c’è solo l’illusione. Anche se perfettamente riuscita.

Le due tizie sono con gli occhi chiusi, i sensi all’erta nel silenzio sospeso della stanza. Darus pizzica per tre volte il braccio di una ragazza, invitando l’altra a concentrarsi sulle sue sensazioni corporee. Quando riapre gli occhi, quella che non era stata neppure sfiorata, sostiene di aver sentito distintamente tre tocchi, uno sul polso, uno sull’avambraccio, il terzo vicino al gomito. E allora non resta che rassegnarsi alla magia.

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